Il Dio delle piccole cose

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Recensione di Ylenia Désirèe Zindato.

In quel breve istante Velutha alzò gli occhi e vide cose che prima non aveva visto. Cose che fino a quel momento erano state fuori portata, occultate dai paraocchi della storia. Cose semplici. Per esempio vide che la madre di Rahel era una donna. Vide che quando sorrideva aveva profonde fossette, che indugiavano a lungo anche dopo che il sorriso aveva abbandonato i suoi occhi. Vide che le sue braccia brune erano rotonde e sode, perfette. Che le sue spalle risplendevano, ma che i suoi occhi erano da qualche altra parte. Vide che nel porgerle dei regali, non ci sarebbe stato più bisogno di tenerli sul palmo aperto in modo che lei non lo toccasse. Questa consapevolezza gli scivolò dentro con facilità, come la lama affilata di un coltello. Fredda e calda insieme, ci volle solo un istante. Ammu vide che lui aveva visto e distolse lo sguardo. Lui pure lo distolse. I demoni della storia tornarono a reclamarli. A riavvolgerli nella vecchia pelle scheggiata della storia e a ricacciarli nelle loro vere vite. Dove le Leggi dell’Amore stabiliscono chi deve essere amato. E come. E quanto.

In un mondo dove gli Intoccabili non possono sporcare il suolo con le loro impronte, in un mondo fatto di uomini violenti e donne forti e di uomini innamorati e donne scostanti, si consuma la storia di una famiglia, se non persino di una nazione.
Mentre la marmellata sta sul fuoco a cuocersi, scorrono le generazioni, ma non le ingiustizie e le lotte per cambiare lo stato di cose.
Il Dio delle piccole cose racconta di una storia d’amore che può essere anche rivoluzionaria: l’amore di due gemelli dizigoti che vivono uno nella pelle dell’altro, l’amore di una Toccabile per un Intoccabile, l’amore per una figlia che scivola via come la corrente nel fiume.

Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

La stringeva come se fosse un dono. Dato a lui per amore. Qualcosa di piccolo e silenzioso. Di insopportabilmente prezioso.
Ma quando facevano l’amore Larry era ferito dagli occhi di Rahel. Sembravano appartenere a qualcun altro. Qualcuno che stava a guardare. Che guardava l’oceano dalla finestra, o una barca sul fiume, o nella nebbia, un passante col cappello.
Era esasperato perché non capiva cosa significasse quello sguardo. Lo collocava a metà strada fra indifferenza e disperazione. Non sapeva che in certi posti, come quello da cui veniva Rahel, diversi tipi di disperazioni si contendevano il primato. E che la disperazione personale non è mi disperata abbastanza. […] Niente contava molto. Molto contava niente. E niente era mai abbastanza importante, perché erano successe cose peggiori. Nel paese da dove veniva lei, sospeso per l’eternità fra il terrore della guerra e l’orrore della pace, cose peggiori continuavano a succedere. […] Quella che Larry vedeva nello sguardo di Rahel quindi non era affatto disperazione, ma una specie di ottimismo forzato. E un vuoto dove prima c’erano le parole di Estha.
Ma come avrebbe potuto capirlo? Capire che il vuoto di uno dei gemelli era semplicemente una variante del silenzio dell’altro. Che le due cose si completavano. Come cucchiai infilati uno nell’altro.

VOTO:  


Ylenia Désirèe Zindato
The Author

Ylenia Désirèe Zindato

Filosofa con un debole per il teatro brechtiano e per le olive.

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