Author Archives: Roberta Cotroneo

About Roberta Cotroneo

Traduttrice EN, ES>IT, appassionata di editoria, lingue straniere e gatti.

Rodari, i cinque libri grammateca

È giovedì mattina in 3°B e siamo nell’ora di italiano mentre aiuto un bimbo alle prese con un dettato. Sulla cattedra della maestra, accanto ai quaderni con i compiti da correggere, c’è lui I cinque libri, Storie fantastiche, favole, filastrocche di Gianni Rodari. Chiedo alla maestra il permesso di poterlo sfogliare e rimango subito piacevolmente colpita dai disegni che accompagnano le filastrocche, le fiabe e i racconti: sono disegni di Bruno Munari. Ecco che tra me e me penso: “Questo libro è tutto ciò che un bambino vorrebbe”.filastrocche, Rodari grammateca

I cinque libri raccolti in questa edizione sono: Filastrocche in cielo e in terra, Favole al telefono, Il libro degli errori, C’era due volte il barone Lamberto, Il gioco dei quattro cantoni. 

In questo primo articolo voglio parlarvi del Libro degli errori partendo da una frase molto significativa dal punto di vista pedagogico:

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?

Il libro degli errori fu pubblicato per la prima volta nel 1964 con un  intento pedagogico celato dall’ironia e dalla leggerezza tipica dei libri per ragazzi di Rodari. L’autore stesso in un suo testo Come è nato il libro degli errori dice:

[…] Certi errori possono essere utili strumenti per evocare certe realtà, magari per conoscerle meglio. Si può insegnare al bambino non solo a evitare l’errore, ma anche a capire che l’errore, spesso, non sta nelle parole, ma nelle cose, che bisogna correggere i dettati, certo, ma bisogna soprattutto correggere il mondo […].

Dietro agli errori grammaticali e ortografici Rodari cela temi profondi come la guerra, l’ipocrisia e la povertà. L’autore distingue tra “Errori in rosso” ed “Errori in blu”; i primi sono ben più gravi e oltre quelli che commettono i bambini a scuola ci sono gli errori in rosso scaturiti dalle azioni degli adulti. A correggere gli errori in rosso dei bambini (accenti, h, q, essere e avere) ci pensa la maestra con la sua fatidica penna rossa, gli errori del mondo commessi dagli esseri umani però son ben più difficili da correggere.

Rodari nelle sue filastrocche deforma le parole, crea rime bizzarre e inventa un linguaggio stravagante dallo stile semplice, fresco e di facile comprensione. I personaggi delle sua fantasia si chiamano professor Grammaticus, l’alunno Dolcetti, l’arbitro Giustino, i gemelli Marco e Mirco, ecc. Ognuno di loro commette degli errori: squola, orologgi, situazzione, scensiato. Pedagogia e ironia si fondono mettendo in luce le brutture che ci circondano che dobbiamo essere in grado di individuare e cercare di correggere per rendere il mondo un
po’ migliore.

Le parole di Rodari sono indirizzate sia ai bambini che ad adulti, insegnanti, genitori, educatori che possono sognare attraverso queste immagini fantastiche. filastrocche Rodari, grammateca

Una scuola grande come il mondo

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.

Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.

Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.

Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.

Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

   


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Roberta Cotroneo

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Recensione di Roberta Cotroneo.

Nel 1915 uscì l’Antologia di Spoon River, una raccolta di poesie nella quale lo scrittore Edgar Lee Master raccontava la vita degli abitanti di una cittadina immaginaria del Midwest, sotto forma di epitaffi. Testo celeberrimo, tradotto in italiano negli anni ’40 da Fernanda Pivano. A cent’anni di distanza, gli abitanti di Lewinston e Petersburg, nell’Illinois, rileggono il testo immersi nei loro ambienti familiari; mentre le immagini raccontano ancora una volta l’America di provincia.

Ritorno a Spoon River è un film ideato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini e prodotto da Movie Movie con Rai Cinema. Il film è stato presentato in anteprima mondiale al 33° TFF (Torino Film Festival) nella sezione Festa Mobile il 26 novembre 2015.locandina spoon river

In occasione del centenario dell’uscita del capolavoro di Edgar Lee Master, i due registi si sono recati a Petersburg e Lewistown, nello stato dell’Illinois con l’obiettivo di rendere omaggio e far rivivere l’atmosfera, gli stati d’animo e i sentimenti della provincia americana.

Il film è strutturato in modo che siano gli abitanti stessi delle due comunità a leggere alcune delle poesie di quest’opera, scritte in forma di epitaffi e che raccontano le fasi della vita di ogni luogo e tempo.

«I ventisei quadri del film, hanno dichiarato i due registi, sono la rappresentazione di altrettanti microcosmi quotidiani, fatti di corpi, volti, spazi e oggetti, che vivono con noi e sopravvivono alla nostra morte. Ogni oggetto rimanda a una vita, come nei racconti di Carver; ogni personaggio segue l’incanto dei dipinti di Hopper, qui senza colore, cercandone l’intensità, la sospensione, il mistero e la malinconia del silenzio dei luoghi.»

Le figure dei cittadini che recitano gli epitaffi sono il sindaco, sua moglie, un pompiere, un ex insegnante, un carpentiere, un musicista, un barista, un adolescente e tanti altri che si susseguono antologia di spoon riverintervallati dall’immagine delle tombe di scrittori famosi sepolti sulle sponde del fiume.

Questi personaggi commemorano con nostalgia e orgoglio i valori dell’american dream attraverso le case, gli oggetti, i  di lavoro e di svago dei lettori. Le due comunità divise dal fiume costituiscono un ponte ideale tra passato e presente.

Ciò che colpisce di più del film è la fotografia in bianco e nero, realizzata da Roberto Cimatti, che mette in risalto il divario tra passato e presente e che, tuttavia, immortala una storia tristemente attuale.

I personaggi del film non si limitano a leggere gli epitaffi ma, alla fine della lettura, dicono cosa vorrebbero che ci fosse scritto sulla propria lapide per commemorare la loro esistenza.

L’altro aspetto che scandisce le immagini che accompagnano i versi di Edgar Lee Master è la musica, molto cadenzata, a cura di Andrea Carrieri e Gianni Lenoci che ci fa rivivere la dimensione di questi luoghi che abitiamo e che parlano della nostra presenza, ma che dopo la morte si trasformano in luoghi d’assenza.

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone, l’attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,
uno bruciato in miniera,
uno ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Su quella collina dove dormono Elmer, Herman, Bert, Tom… Chi consumato dalla febbre, chi bruciato in miniera, chi ucciso in una rissa, chi morto in prigione, in questi paesaggi si consuma l’esistenza dei personaggi, un’esistenza caratterizzata dall’inquietudine e dai valori di famiglia e patria.

L’Antologia di Spoon River, capolavoro di Edgar Lee Master, uscito nel 1915 e arrivato in Italia nel 1943 con la traduzione di Fernanda Pivano, è un testo che col tempo è diventato fonte di infinite ispirazioni, anche musicali come testimonia Non all’amore né al denaro, né al cielo, indimenticabile album di Fabrizio De Andrè.

 Ecco il trailer del film. Buona visione! :)

 

 


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Roberta Cotroneo

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bradbury-grammateca

Di Roberta Cotroneo.

“So now do you see why books are hated and feared? They show the pores in the face of life. The comfortable people want only wax moon faces, poreless, hairless, expressionless.”

Dal 20 al 28 novembre si è svolta a Torino la 33° edizione del Torino Film Festival (TFF) e quale migliore occasione, per noi di Gramma-teca, per inaugurare una nuova rubrica su libri e film a confronto?!?

Oggi, nella prima puntata di questa rubrica, vi parlerò di Fahrenheit 451 di François Truffaut (UK, 1966, DCP, 112′).

Questa è la presentazione del film sul programma del festival:

Siamo tutti Montag. Nella società futura, razionale e dominata dai megaschermi che troneggiano nelle case, i libri sono banditi, i loro possessori perseguitati e squadre di pompieri devono trovarli e bruciarli. Ma nei boschi vive la setta degli uomini-libro, ognuno dei quali sa a memoria un capolavoro letterario. Da “Gli anni della Fenice” di Bradbury, un film accorato e tristissimo nel quale Truffaut ci mette in guardia contro la progressiva perdita di umanità e cultura. La splendida Julie Christie in due ruoli.

fahrenheit 451 filmFahrenheit 451 è un film del 1966 tratto dal celebre e omonimo romanzo di Ray Bradbury. Il film è molto fedele al romanzo, Truffaut non apporta modifiche sostanziali alla storia narrata ma utilizza artifici tecnici per rappresentare sul grande schermo i momenti salienti della storia. Servendosi di inquadrature e tagli particolari, il regista riesce a conferire una carica emotiva alle immagini più significative del film.

La storia ha per protagonista Montag, un pompiere “anomalo” il cui lavoro consiste nell’appiccare il fuoco con i libri. Quindi un pompiere che non doma le fiamme ma le alimenta con pile di libri.

Montag svolge con diligenza il suo lavoro fino a quando incontra una ragazza, Clarisse, che lo fa riflettere sul significato di quello che fa.

La società in cui vive Montag è totalitaria e considera la lettura e il possesso di libri come un crimine. Tutti coloro che possiedono libri vengono arrestati e sottoposti a giudizio perché si pensa che questi mettano in testa idee strane agli uomini.

Montag, grazie a Clarisse, inizia a pensare che questa legge sia assurda e si appassiona alla lettura (di nascosto da tutti, anche dalla moglie) fino a quando non è la moglie stessa a denunciarlo. La figura della moglie, è molto importante all’interno del film perché rappresenta l’emblema della società in cui vive Montag. La donna, passa le sue giornate davanti alla tv, una televisione invadente che entra nella vita degli spettatori e li fa interagire con essa. Questo strumento nella società totalitaria in cui vive Montag ha il compito di guidare le coscienze. Attraverso la moglie di Montag, Truffaut presenta due aspetti della vita del protagonista. La moglie e Clarisse infatti sono impersonate dalla stessa attrice che svolge un ruolo doppio. Montag è diviso tra una moglie, che rappresenta la sua famiglia, totalmente vittima del sistema e Clarisse che rappresenta per lui la libertà intesa sotto tutti i punti di vista ma soprattutto la libertà di conoscere.

Quando Montag decide finalmente di ribellarsi,  costretto a scappare dalle forze di polizia che lo stanno cercando, si rifugia in una foresta “magica” abitata dagli uomini-libro che imparano i libri a memoria prima di bruciarli in modo da custodirli per sempre dentro di loro. Gli uomini-libro non hanno più un nome proprio ma si chiamano come il titolo del libro che rappresentano.

Malgrado la versione cinematografica sia molto fedele al romanzo, esistono delle differenze tra la narrazione Truffaut e quella di Bradbury:

fahrenheit_451_libro

  • nel film mancano molte scene relative alla rocambolesca fuga di Montag prima di rifugiarsi nel bosco insieme agli uomini-libro
  • nel film non viene fatto neanche un accenno alla figura del Segugio Meccanico, il cane robot che può essere programmato per trovare e uccidere un uomo
  • nel film manca completamente la figura di Faber, il professore che spinge Montag a ribellarsi; questa figura viene sostituita totalmente da Clarisse
  • Clarisse nel libro viene menzionata solo all’inizio e poi viene data per morta
  • il finale del libro è completamente diverso: Montag assiste al bombardamento atomico della città dal luogo in cui vivono gli uomini-libro e alla fine si incammina insieme agli altri per raggiungere la città che è ormai ridotta a un cumulo di macerie.

L’altra chicca che viene spiegata nel film e nel libro rimane sottintesa è il significato del titolo: 451 è la temperatura, espressa nella scala Fahrenheit, necessaria per la combustione della carta.

L’impressione che si ha guardando il film è che il ritratto della società di allora sia estremamente attuale. I media, la televisione, e ancor di più i social media stanno diventando sempre di più uno strumento di controllo della società.  A questo proposito, Fahrenheit 451 ci fa riflettere sul significato dei libri e della lettura come strumenti di sapere e conoscenza e sulla loro utilità nella vita privata e in quella sociale.

«…Sapete cosa ho scoperto?»
«Che cosa?»
«Che la gente non dice nulla»
«Oh, parlerà pure di qualche cosa, la gente!»
«No, vi assicuro. Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli  altri…»

Gramma-teca consiglia: correte a guardare il film e, se non l’avete ancora fatto, inserite la lettura del libro alla voce ‘TO DO’ della vostra agenda!



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Sabato 10 e domenica 11 ottobre 2015 si è svolta la nona edizione di Portici di Carta, la libreria en plein air lungo le vie del centro storico di Torino. I portici di via Roma, piazza San Carlo e Piazza Carlo Felice hanno ospitato una libreria lunga più di due chilometri in cui erano presenti più di 80 librai e centinaia di libri tra nuovi, usati, italiani, stranieri, romanzi, libri per ragazzi, libri per bambini e chi più ne ha più ne metta.

portici di carta 4

Oltre alle caratteristiche bancarelle piene zeppe di libri era presente, anche quest’anno, un corner eventi nell’Oratorio di San Filippo Neri che ha ospitato numerosi autori tra i quali, Arturo Brachetti, Giuseppe Culicchia, Paolo Cognetti, Fabio Geda, Alessandro Barbero, Paola Mastrocola e altri.

portici di carta 2

L’edizione appena passata di Portici di Carta è stata dedicata a due autori piemontesi da poco scomparsi Sebastiano Vassalli e Luca Rastello. All’interno della manifestazione ha trovato spazio la terza edizione della “Caccia al racconto” del Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre. Per ogni libro acquistato durante la manifestazione veniva offerto in regalo un racconto dei dieci scritti dalle autrici del concorso. Il primo visitatore che è riuscito a collezionarne tre differenti si è aggiudicato una cena per due in un locale torinese insieme a una delle antologie Lingua madre – Racconti di donne straniere in Italia.

Domenica mattina si è svolta un’altra interessante iniziativa, Passeggiate di Portici di Carta, una serie di cinque itinerari a piedi che sono stati di ispirazione per tanti scrittori famosi. Gli itinerari ricordavano Erasmo da Rotterdam, Fruttero e Lucentini e Mario Soldati, Edmondo De Amicis, Guido Gozzano, Cesare Pavese e Italo Calvino, e infine due itinerari speciali uno dedicato ai più piccoli e l’altro allo sport. I partecipanti a questi itinerari totalmente gratuiti hanno ricevuto in omaggio un libro.

Veniamo alle considerazioni personali. Lo spettacolo sicuramente più interessante a livello visivo è stata la fiumana di gente che ha affollato i portici torinesi nei due giorni in cui Torino ha concesso tantoportici di carta 3 sole e tante iniziative collaterali sparse per le vie del centro che hanno attirato numerosi visitatori per una passeggiata culturale all’interno di una cornice suggestiva come quella dei portici torinesi.

Il bottino libresco di Gramma-teca è stato, come sempre, ricco e sicuramente condivideremo con voi i libri che ci colpiranno di più.

Invece, l’appuntamento con le librerie sotto i portici è per il 23 aprile, Giornata mondiale del libro e della lettura.


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Falsi d'autore, gramma-teca

Recensione di Roberta Cotroneo.

Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti di Daniele Petruccioli (Quodlibet 2014) è un vademecum che si rivolge soprattutto ai “lettori incalliti e consapevoli”.

Fin dalla prima pagina l’autore vuole mettere in guardia i lettori sulle insidie che si celano dietro buona parte dei libri di autori stranieri che arrivano nelle nostre mani. Siamo sempre consapevoli che questi libri sono tradotti e che quindi, in qualche modo, non sono i libri originali?

Le traduzioni, come il vino, possono essere sottoposte a diversi procedimenti di lavorazione, partire da una quantità disparata di metodi, arrivare a risultati (ebbene sì) addirittura opposti.

Petruccioli invita il lettore a farsi delle domande e a non limitarsi a leggere passivamente il libro che si ritrova tra le mani. Il lettore dovrebbe cercare le risposte a interrogativi tipo: come mai sul libro quasi non c’è scritto che è una traduzione? Come mai è così difficile capire chi l’ha fatta?

La ricerca parte dal nome del traduttore: dov’è il nome del traduttore? Sulla copertina? Sul colophon? E se il nome del traduttore non lo trovo da nessuna parte? Ecco che allora la ricerca diventa più difficile ma non impossibile. Infatti, come scrive Petruccioli, un lettore attento e consapevole può facilmente capire se il libro che ha in mano è un “originale” o se si tratta di una traduzione. Perché però il nome del traduttore, a volte, viene omesso dagli editori? Perché gli editori a volte risultano “allergici” al nome del traduttore riconoscendo un solo creatore del libro, l’autore originale, e il traduttore che di fatto riscrive il libro per un pubblico diverso viene spesso dimenticato o il suo ruolo sminuito?

Ed ecco svelate le forze mistiche e non che si preoccupano di nascondere l’identità di traduzioni e traduttori. Le due forze mistiche sono La Torre e il Capretto. La prima fa parte della mitologia romantica ed è il luogo in cui il traduttore si rifugia per staccarsi dalla realtà terrena e dallo squallore quotidiano. Daniele Petruccioli sottolinea come sia faticoso superare l’idea della creazione di un’opera da parte di un genio assoluto e in qualche modo fuori dalla realtà. È importante acquisire la consapevolezza del fatto che gli autori di un’opera tradotta sono molteplici e il fatto che esistano tante traduzioni di un’opera non può rappresentare altro che una ricchezza. A questo punto entra in gioco la vittima da sacrificare il Capretto: quando un libro non ci piace moriamo dalla voglia di conoscere il volto di quell’autore che ci ha fatto annoiare, arrabbiare, e desideriamo “crocifiggere” una persona sola non riuscendo ad accettare il fatto che il traduttore ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare il giudizio su quel libro.

Fintanto che vorremo mantenere l’autore unico, solo separato e indivisibile, fintanto che insisteremo a rinchiuderlo nella sua torre d’avorio (poveraccio), fintanto che terremo a tutti i costi a considerarlo un alieno, un diverso, uno straniero, un altro da inseguire, fare a pezzi, uccidere e divorare glorificandolo o denigrandolo a seconda dei casi, fintanto infine che vorremo sfogare su di lui le nostre frustrazioni e la nostra rabbia, è normale che chi ci presenta un libro sia costretto a nasconderci, anzi a negarci, la figura del traduttore.

Pertanto, se vogliamo diventare lettori consapevoli il consiglio dell’autore è quello di lasciar perdere la Torre, smettere di volere divorare a tutti i costi il povero Capretto e lasciare perdere il Denaro.

La questione entra nel vivo quando si parla del confronto autore-traduttore e quindi tra testo originale e testo tradotto:

Una traduzione è un’altra cosa rispetto all’originale, tanto quanto un disco contenente un’esecuzione degli studi di Chopin è diverso dallo spartito di quegli stessi studi.

[…] Tradurre non è sostituire le parole. Tradurre è eseguire una musica.

Qui entra in gioco l’ego del traduttore che in una traduzione deve metterci tutta la sua personalità, il suo timbro, la sua interpretazione e il compito del lettore consapevole è quello di saper riconoscere il timbro e l’interpretazione di un traduttore superando il concetto di traduzione bella o brutta unicamente sulla base degli errori grammaticali.

Quello che, a mio parere, Petruccioli vuole sottolineare è che il lettore dovrebbe andare più a fondo nella lettura di un testo tradotto e non soffermarsi sugli errori che, in alcuni casi, sono frutto di una scarsa intesa tra traduttore e revisore o del poco tempo a disposizione per effettuare una traduzione. Ciò che dovrebbe saltare all’occhio, anzi all’orecchio, di un lettore esperto e consapevole è l’interpretazione, la varietà di stile, il timbro che caratterizza la voce di un traduttore rispetto a un altro. Per quanto riguarda gli errori: salti di testo, errori di interpretazione del significato o semplicemente refusi fanno parte di un mestiere creativo che necessita della figura fondamentale del revisore.

Il grado di consapevolezza massimo che un lettore può raggiungere lo porta a fare delle scelte, a scegliere un traduttore o un altro, a farsi un gusto e un orecchio per i testi e per le voci dei traduttori.

Uno dei modi per riconoscere la voce del nostro traduttore preferito è il ricorso alla distinzione tra «traduttese» e «tradiano» (o doppiagese).

Il traduttese è una lingua pulita, troppo pulita per essere vera. Una lingua di stilemi che si ripetono costantemente a prescindere dal libro.

È la lingua di «sostenne», «dichiarò», «si recò», «si diresse». Il traduttese risponde a regole di eleganza un po’ artificiose nell’ottica di evitare le ripetizioni, tanto odiate dalla lingua italiana e dai traduttori, e i morfemi cioè i pezzettini di parole che servono a comporre i diminuitivi o i superlativi. Quindi in traduttese non si avrà mai «una bellissima casa» ma «una casa molto bella» così come non troveremo mai «occhietti azzurri» ma «piccoli occhi azzurri».

Il tradiano, invece, è la lingua che si serve del calco per non discostarsi dalla lingua di partenza. Gli esempi più comuni vengono dall’inglese e sono «fuck» tradotto con «fottutissimo», «What’s your name» che diventa «Qual è il tuo nome» mentre un italiano direbbe semplicemente «Come ti chiami».

Detto questo, qual è la scelta giusta?

La risposta di Petruccioli è che il compito di un lettore consapevole e impegnato non è quello di giudicare le scelte dei traduttori come giuste o sbagliate ma di imparare a guardare le scelte linguistiche dei traduttori in termini di maggiore o minore bellezza con l’obiettivo di formarsi un gusto personale e assolutamente soggettivo.

Il cammino da intraprendere è sicuramente lungo e tortuoso ma l’idea di diventare giorno dopo giorno una lettrice e una traduttrice consapevole non può fare altro che spingermi a perseverare.

E voi, avete letto il libro?  A che livello di consapevolezza siete giunti nel vostro percorso di lettori?


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Roberta Cotroneo

Traduttrice EN, ES>IT, appassionata di editoria, lingue straniere e gatti.

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Dal 12 al 15 marzo 2015 all’Auditorium Parco della Musica a Roma si svolgerà la sesta edizione di Libri come. Festa del libro e della lettura a cura di Marino Sinibaldi, con la collaborazione di Michele De Mieri e Rosa Polacco.

Il festival prevede oltre cento eventi e numerosi ospiti d’eccezione che per quattro giorni offriranno conferenze, workshop, reading, lezioni, mostre.

Oltre gli eventi previsti dal festival, potete consultare il programma sul sito, ci sarà una rete di iniziative parallele che si svolgeranno per tutta la settimana. Tra gli ospiti d’eccezione, sarà Umberto Eco ad aprire il festival con un intervento del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini.

 Il tema di questa sesta edizione di Libri come è la scuola e ci saranno delle vere e proprie lezioni tenute da docenti del calibro di Stefano Bartezzaghi, che parlerà di enigmistica, Marco Santagata, che si occuperà di Dante, Melania Mazucco di arte e Walter Siti di poesia.

Tra gli ospiti internazionali del festival che potrete incontrare ci saranno: James Ellroy, Zadie Smith, Emmanuel Carrère, Daniel Pennac, Luis Sepúlveda, Pierre Lemaitre, Barry Gifford. A questi si aggiungono gli italiani Andrea Camilleri, Tullio De Mauro, Francesco Guccini, Gipi, Zerocalcare e Alessandro Baricco.

In questa edizione un’attenzione particolare è rivolta agli studenti delle scuole medie e superiori che saranno protagonisti di laboratori e lezioni con Riccardo Iacona, Valerio Massimo Manfredi, Giuseppe Patota, John Peter Sloan e Pierluigi Vaccaneo. Anche le Biblioteche romane Valle Aurelia, Nelson Mandela e Cornelia aderiscono all’iniziativa e ospitano gli incontri con gli scrittori.

Per finire, è confermato il consueto appuntamento con la sezione “Garage” che prevede workshop, mostre e laboratori e che ospiterà Paolo Di Paolo, Dacia Maraini, Antonio Pascale, Lirio Abbate, Daria Bignardi, Marco Damilano, Letizia Muratori, Andrea Vianello, Stefano Disegni, Makkox, Tony Laudadio e Felice Cimatti.


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